Mercoledì, 3 Ottobre 2007
concessioni in porto vecchio

Bene fa Claudio Boniciolli ad andare avanti sulla partita delle concessioni in Porto vecchio.
A lui va tutto il mio appoggio politico e personale. Fino a prova, o norma, contraria è l’Autorità portuale a decidere sulle concessioni in demanio marittimo. Questo nel rispetto unicamente delle destinazioni previste dalla variante al piano regolatore portuale, approvata anche dalla Regione dopo le intese raggiunte con il Comune di Trieste. E merita ricordare che il Consiglio comunale ha condiviso che le uniche destinazioni d’uso ammissibili sono quelle relative alla portualità e alla portualità allargata: no quindi alla residenza e sì invece a merci, cantieri, marine, scuole nautiche e università della vela.
L’accordo trovato tra gli Enti - la Regione diventa titolare delle aree e gira al Comune la gestione delle concessioni edilizie – non è sufficiente per stravolgere le regole. Ma anche le dichiarazioni del viceministro Cesare de Piccoli, che condiziona il trasferimento delle competenze dallo Stato alla Regione a un accordo in sede locale tra Autorità portuale e i due Enti pubblici, sono solo un segno di debolezza del governo Prodi, di cui di questi tempi non abbiamo assolutamente bisogno. Questa infatti non è la devolution. È piuttosto l’abdicazione alla funzione che anche in uno Stato federale deve restare in capo al Governo nazionale: quello di definire strumenti giuridici conformi e coerenti a Taranto, come a Genova o a Trieste.
In questa fase è indispensabile che di fronte alle società immobiliari e finanziarie internazionali interessate a investire in Porto vecchio l’interlocutore competente a trattare sia unico e autorevole.
Governatore, sindaco e viceministro, comunque la pensino e operino anche per modificare le norme, lo dovrebbero fare con la riservatezza e il rispetto dovuti, perché dichiarazioni e intenzioni rese pubbliche rischiano solo di delegittimare l’Autorità portuale e il suo presidente. A meno che lo scopo non sia proprio quello di far passare Boniciolli per il Totò che vende la fontana di Trevi al turista americano.
Nel 2003 a poche settimane dalla scadenza del suo mandato l’allora presidente dell’Autorità portuale Maurizio Maresca firmò 7 atti di sottomissione per la concessione delle aree demaniali del Porto vecchio. Si erano fatti avanti solo enti pubblici e investitori locali, la Provincia, l’Ente fiera, alcune società private, un libero professionista e un’associazione senza scopo di lucro. Il ricorso al Tar fece naufragare l’affaire, ma quello era il modellino di recupero dell’area condiviso da parte politica e parte imprenditoriale triestina. Modellino che resta valido ancora oggi: impedire che grossi gruppi internazionali entrino nel business con il rischio che alle imprese locali rimangano solo le briciole. Visto il tema, verrebbe da definirlo un’operazione di piccolo cabotaggio. Dall’intreccio si salvò solo Greensisam, uscita per altro ridimensionata dai veti incrociati di Comune e Soprintendenza ai beni culturali, tanto da minacciare la rinuncia all’investimento. Come era già successo con le Generali e la Fiat.
Sono anni che in Consiglio comunale come opposizione abbiamo denunciato che la variante del Porto vecchio, senza un piano di investimenti coerente, equivale alla conservazione di interessi localistici. Oggi con Boniciolli siamo a una svolta. Ma quegli stessi interessi, a fronte di investitori tedeschi e svizzeri, stanno facendo quadrato per far saltare nuovamente il banco. Cambiano i colori delle Amministrazioni, ma chi governa realmente il territorio a Trieste, redigendo piani regolatori e progetti o nel ruolo di assessori all’urbanistica, in nome e per conto delle imprese, sono sempre gli stessi. Almeno dal 1994. |