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Ancora un altro blog? Forse, ma forse anche un mezzo per mantenere il dialogo nel tempo con le cittadine e i cittadini, che mi hanno votato, o che non mi hanno votato, ma che comunque rappresento nel Consiglio comunale di Trieste. Un mezzo per raccontare la città dal mio punto di vista privilegiato..., per confrontarmi, ma soprattutto un mezzo per ascoltare la città.

 

 

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Martedì, 4 Dicembre 2007

giù le mani dalla piazza

Preparata dall’opposizione in Comune una richiesta di convocazione della Commissione lavori pubblici per un sopralluogo in piazza Vittorio Veneto con invito esteso all’assessore competente Franco Bandelli e ai progettisti, architetti Boris Podrecca e Mirna Drabeni Kirac. La Giunta prevede di riservare 150 mila euro del bilancio 2008 per un intervento sulla piazza finalizzato a cambiare l’illuminazione, «quella attuale è scarsa» ha dichiarato il sindaco, pensando già ai suoi lampioni in finto ‘800, togliere i glicini e piantare alberi, posizionare panchine in ghisa e mettere tettoie per impedire ai colombi di evacuare in testa ai passanti. Le ragioni di Dipiazza e Bandelli sono che la piazza così è brutta e che i cittadini ogni giorno gli telefonano per chiedere un intervento risanatore. I due, che notoriamente sono sensibili al bello, hanno deciso allora di dare una lezione di estetica e di composizione architettonica a Podrecca. Ma la storia è più precisamente un’altra. Podrecca e Drabeni hanno vinto un concorso internazionale, nella cui Commissione giudicatrice c’erano gli architetti Manuel De Sola Morales e Bernard Huet, oltre a rappresentanti del Ministero dei beni culturali e dell’Università. Non una Commissione “casereccia”. Nella relazione illustrativa approvata dal Comune c’è poi scritto: «L’illuminazione pubblica prevista per la parte della piazza in progetto dovrà essere integrata – da parte dell’Amministrazione comunale – con il resto dell’illuminazione pubblica a completamento (lati via Galatti, via Roma, via Milano) e con un complessivo studio illuminotecnico». Perché ai progettisti competeva solo l’intervento relativo alla piastra di copertura del parcheggio e così hanno fatto, scegliendo volutamente un’illuminazione non invasiva per non condizionare le facciate dei palazzi sulla piazza. Al Comune e agli Enti proprietari degli edifici spettava invece l’illuminazione delle facciate, progettata in modo da valorizzarle. Un po’ come è successo in piazza Unità, che resta in penombra perché l’illuminazione delle facciate possa mettere in risalto gli edifici storici. Tra parentesi va fatto notare come nella piazza Vittorio Veneto non sporgano le torrette degli ascensori e degli impianti tecnici di aerazione. Non si percepisce neppure che sotto c’è un parcheggio. Ricordo invece come il progetto fatto in casa dal Comune per la Stazione marittima prevedesse costruzioni in cemento di 3 metri e 80 sopra la piazza. Fatto in casa, appunto, “casereccio”. I glicini poi andrebbero curati puntualmente dai giardinieri del Comune che dovrebbero legare i rami alle tettoie favorendone così la crescita. Operazione questa mai fatta. Piantare alberi al loro posto è una bufala, perché ci sono sì e no 20 centimetri di terra sopra la soletta in calcestruzzo del parcheggio. Per non parlare delle panchine in ghisa e dei lampioni in finto ‘800, altro che bufala una scelta demenziale, che nulla centrerebbe con il resto dell’arredo della piazza. Per i colombi infine, sempre nella relazione, c’è scritto: «Inoltre, l’Amministrazione dovrebbe provvedere ad installare in piazza un impianto ad ultrasuoni o simile per evitare la presenza di colombi». Ovviamente non è stati installato. Ma dove esiste, vedi ancora piazza Unità, i colombi effettivamente non “evacuano”. Forse Dipiazza e Bandelli farebbero meglio a fare quanto compete a loro, piuttosto che improvvisarsi architetti. Anche perché, se mettono le mani su piazza Vittorio Veneto senza neppure consultare i progettisti, spero che una causa a difesa del diritto d’autore non gliela levi nessuno. Mi dicono che esiste un precedente a Berlino, dove i progettisti hanno vinto contro il Comune proprio per un intervento di “manomissione” di una piazza. È vero: la piazza può non piacere. Ma sappiamo bene che comunque sempre fatichiamo ad accettare il nuovo. Così come sappiamo però anche che un intervento “modello Las Vegas” con finti canali veneziani è uno schifo. Ogni epoca deve poter lasciare il proprio segno, anche forte, sul tessuto della città. Perché poi alla fine impariamo ad apprezzarlo. È successo così per la Tour Eiffel che i parigini volevano abbattere subito dopo la conclusione dell’expo del 1889...