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nucleare sì nucleare no

1. Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?
Quorum raggiunto con 65,1% di votanti. SÌ 79,7% NO 20,3%

2. Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?
Quorum raggiunto con 65,1% di votanti. SÌ 80,6% NO 19,4%

3. Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero?
Quorum raggiunto con 65,1% di votanti. SÌ 71,9% NO 28,1%

Così nel 1987 si espressero sul nucleare gli italiani. Ma oggi scopriamo che non ci siamo espressi se volevamo o meno le centrali nucleari, ma su “cavilli” referendari. Perché un Comune favorevole avrebbe potuto comunque autorizzare la costruzione di una centrale sul suo territorio (quesito n. 1) anche rinunciando al compenso (quesito n.2). In più oggi l’Enel ha cambiato ragione sociale, da Ente di Stato a multinazionale, e quindi non è più vincolato dall’esito del referendum.

Via libera quindi a Berlusconi, alla faccia di come la pensavano gli italiani nel 1987. Via libera anche perché era nel programma del Pd.
«L’Italia deve impegnarsi sulle tecnologie di punta: che si tratti della cattura del biossido di carbonio per il “carbone pulito”, o si tratti del metano, delle biomasse o dell’idrogeno e anche del nucleare di quarta generazione, ovvero quello a sicurezza intrinseca e con la risoluzione del problema delle scorie. È indispensabile essere presenti nelle partnerships internazionali in questi campi, per sviluppare un’industria energetica nazionale».
Ma visto che tante cose sono cambiate dal marzo 2008 potremmo oggi forse promuovere una consultazione dei cittadini, prima di lasciare che cali su di loro una delle quattro centrali nucleari franco-italiane.

«Non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l’oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra.
Per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro, mentre la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie.
Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo. Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile.
L’alternativa è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità.
Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.
Ma il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa»
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Carlo Rubbia, La Repubblica, 30 marzo 2008.

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